Tra i diversi gruppi di lavoro che
costituiscono l’IFOM, vi è chi lavora alla
ricerca di sostanze in grado di bloccare lo
sviluppo di nuovi vasi all’interno del tumore
Dalle Due Torri alla Madonnina

Elisabetta Dejana si è laureata in Scienze biologiche
all’Università di Bologna. Dal 1978 al 1980 ha lavorato in
Canada, all’Università di Hamilton in Ontario. Al suo rientro in
Italia è diventata direttore del laboratorio di biologia vascolare
all’Istituto di ricerca farmacologica Mario Negri di Milano. Nel
1993 è andata a Grenoble per dirigere un’Unità di ricerca
dell’INSERM (l’Istituto nazionale francese per la salute e la
ricerca medica). Al rientro in Italia ha contribuito alla fondazione
dell’IFOM, Istituto FIRC di Oncologia Molecolare di Milano,
creato e finanziato dalla Fondazione Italiana per la Ricerca sul
Cancro.
All’attività di ricerca Elisabetta Dejana accompagna anche
quella di docente, che svolge come professore ordinario di
patologia generale all’Università degli Studi di Milano, quella di
consulente per numerose riviste scientifiche e quella di
membro del comitato UNESCO (Organizzazione delle Nazioni
Unite per l’educazione, la scienza e la cultura). Non stupisce,
quindi, la nomina a Ufficiale dello Stato italiano per meriti
scientifici della quale è stata insignita dal precedente presidente
della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
Presso l’Istituto FIRC di
oncologia molecolare
(IFOM) lavorano diversi
gruppi di ricercatori provenienti
da istituzioni scientifiche
di tutto il Paese. Qui Elisabetta
Dejana coordina il ‘programma
angiogenesi’, un progetto
portato avanti con l’Istituto
di ricerca farmacologica
Mario Negri del
capoluogo lombardo.
Far morire di
fame il tumore,
ecco l’idea ‘semplice’
e geniale
intorno alla quale
si sviluppa da anni la sua attività
di scienziata. Per le sue
scoperte è stata insignita, l’11
luglio scorso del ‘Premio Speciale
Donna 2007’, assegnato
dall’Associazione per lo sviluppo
culturale e sociale della città
di Pesaro: tra le motivazioni,
anche il riconoscimento alla
sua natura entusiasta e all’impegno
profuso nel difficile
mondo della ricerca.
Cos’è l’angiogenesi e cosa
ha a che fare con i tumori?
Il termine angiogenesi deriva
dall’unione di due parole
greche: angeion
che significa vaso
e genesis che significa
nascita.
L’ a n g i o g e n e s i ,
quindi, è il processo
di nascita e
di formazione dei
vasi. Ogni cellula che compone
il corpo umano ha bisogno
di ossigeno e di nutrienti per
sopravvivere e la fornitura di
questi elementi è garantita dal
sangue che, attraverso i vasi,
raggiunge tutte le zone dell’organismo.
L’angiogenesi è un
processo indispensabile soprattutto
durante lo sviluppo
dell’embrione, quando le cellule
si moltiplicano e hanno
bisogno di nutrimento continuo:
i vasi che si formano garantiscono
che anche la più piccola parte del corpo abbia
il nutrimento e l’ossigeno che
gli serve. Purtroppo le cellule
dei tumori non fanno eccezione:
anch’esse hanno bisogno
di sangue per sopravvivere. In
pratica, i tumori crescono nell’organismo
utilizzando dapprima
i vasi sanguigni già presenti
nel corpo e poi, quando
le loro dimensioni aumentano
e i vasi esistenti non sono più
sufficienti, producendo sostanze
in grado di far nascere
nuovi vasi che possano nutrirli
adeguatamente.
Inoltre, le cellule
tumorali usano i vasi per
spostarsi nell’organismo e formare
metastasi. I nuovi vasi
tumorali, quindi, costituiscono
una via di connessione
delle cellule tumorali con la
circolazione del sangue. Riuscire
a bloccare questo meccanismo
significa sia bloccare i
rifornimenti per le cellule maligne
sia ridurre le probabilità
di metastasi. Quindi l’idea è
proprio quella di far morire di
fame, e soffocare, le cellule tumorali.
Abbiamo già dimostrato
che intervenire sulla formazione
di nuovi vasi sanguigni
che portano nutrimento al
tumore significa impedire allo
stesso di crescere e, addirittura,
in alcuni casi, farlo scomparire
quasi del tutto.
L’angiogenesi è sempre un
processo negativo?
Assolutamente no, l’angiogenesi
è un processo fondamentale
e fisiologico (cioè
‘sano’ e indispensabile per il
funzionamento corretto dell’organismo),
e non solo per lo
sviluppo embrionale: anche
durante la vita adulta è importante
che continui (basta pensare
alla formazione dei vasi
nelle pareti dell’utero durante
il ciclo mestruale nelle donne
o alla riparazione dei vasi necessaria
in caso di ferite). L’angiogenesi
da colpire è quella
dei tumori, quella cioè guidata
dalle cellule tumorali che copiano
un processo fisiologico e
lo trasformano in un processo
patologico, cioè dannoso per
l’organismo stesso.
In quale modo i risultati delle
ricerche sull’angiogenesi
possono essere utilizzati
nella pratica clinica?
Sono stati identificati
molti fattori di crescita prodotti
dalle cellule tumorali
che causano angiogenesi.
Come conseguenza è stato
possibile sviluppare sostanze
in grado di bloccare direttamente
il fattore di crescita o i
meccanismi d’azione dello
stesso. Questi farmaci sono
ancora in gran parte sperimentali
e molti di loro necessitano
di altri studi prima di
poter essere utilizzati nella
pratica clinica. Al momento,
queste terapie non sono risolutive
da sole, ma devono essere
combinate ad altre più
tradizionali come la chemioterapia
o la radioterapia. Certamente,
però, si tratta di pallottole
in più a disposizione
nella lotta contro i tumori.
Come si lavora in un centro
come l’IFOM, dove convivono
scienziati di diversa estrazione,
ciascuno dei quali si occupa
di un aspetto specifico
della lotta ai tumori?
Direi che si lavora bene. È
importante poter stare a contatto
con persone di diversa
provenienza (intendendo con
ciò scienziati che vengono da
diverse istituzioni italiane ma
anche da diversi Paesi): è una
modalità che consente scambi
intellettuali proficui.