A partire dalle caratteristiche biologiche del
nematode C. elegans si possono comprendere alcuni meccanismi fondamentali
della cancerogenesi e della formazione di metastasi.

Sopra un’immagine di come appare
il minuscolo C. elegans
al microscopio,
la sua lunghezza media non supera
il millimetro.
«È stato amore a prima vista!».
La confessione di questa “folgorante passione” arriva
da Giuseppe Cassata, il giovane biologo genetico che dirige il
Programma di ricerca “Caenorhabditis elegans” all’Istituto
FIRC di Oncologia Molecolare di Milano. E si riferisce alla prima
volta che, sotto la lente del microscopio, ha visto agitarsi i
minuscoli C. elegans. Il vermetto (che appartiene al phylum Nematoda)
costituisce per la ricerca genetica e genomica un modello di lavoro
al tempo stesso semplice e versatile. Lungo non più di un
millimetro, trasparente, dotato di un numero fisso di cellule (959,
tutte visibili al microscopio), con un genoma non troppo vasto
(solo 19 mila geni), questo modello è da alcuni anni al
centro dell’attenzione della ricerca biologica, tanto che,
nel 2002, il Premio Nobel per la medicina fu assegnato aitre scienziati
che per primi ne compresero l’importanza biologica e ne intrapresero
lo studio funzionale (Sydney Brenner, H. Robert Horvitz e John E.
Sulston).
«C. elegans», afferma Cassata, «è un
organismo estremamente primitivo, ma le sue caratteristiche biologiche
lo accomunano agli organismi superiori. Ma, proprio perché è primitivo,
queste caratteristiche sono per così dire “semplificate”,
quindi molto più facili da studiare e manipolare geneticamente.
Studiando una bicicletta si capisce anche il principio di funzionamento
di una motocicletta!».
Il Programma di ricerca C. elegans si concentra
sulla genetica di un particolare meccanismo dello sviluppo del
verme: la migrazione delle cellule epidermiche. «Queste migrazioni »,
spiega Cassata, «sono essenziali alla formazione del verme.
A noi però interessano perché potrebbero aiutarci
a capire meglio il meccanismo di un’altra migrazione, quella
delle cellule metastatiche nei tumori dell’uomo».

Il giovane biologo Giuseppe Cassata,
direttore del programma di ricerca
“Caenorhabditis elegans” all’IFOM.
Già nel corso delle sue precedenti esperienze di ricerca, Cassata aveva
capito che in C. elegans le migrazioni cellulari sono regolate da enzimi specifici,
le RHO GTPasi. Questi enzimi sono presenti anche nell’uomo, dove costituiscono
dei fattori oncogeni, proprio perché frequentemente coinvolti nel processo
di metastatizzazione. «Caratterizzare il meccanismo di funzionamento
delle RHO GTPasi nel verme», aggiunge lo scienziato, «è molto
più semplice e rapido che farlo nell’uomo e nei vertebrati, e
ci può aiutare a identificare e caratterizzare un nuovo bersaglio terapeutico,
potenzialmente utile nella messa a punto di strategie farmacologiche personalizzate».
Lo studio delle RHO GTPasi in C. elegans implica
l’impiego sia della genetica classica, sia della genomica
moderna. Nel primo caso si tratta di inattivare o di alterare,
uno a uno, i geni che contengono il codice di montaggio delle RHO
GTPasi e poi di osservarne l’effetto sullo sviluppo del verme.
Le tecnologie della genomica sono impiegate invece per studiare
le possibili interazioni tra i geni delle RHO GTPasi e tutti gli
altri geni di C. elegans. «Supponiamo per esempio»,
spiega Cassata, «che ci sia una RHO GTPasi iperattiva che,
in combinazione con altri geni, provoca una cosiddetta “reazione
a catena patogenica” e causa difetti nel verme. Per capire
quali sono gli altri geni coinvolti nel processo, si inattivano
uno alla volta tutti gli altri geni di C. elegans: se la reazione
a catena si interrompe, vuol dire che quel gene era uno dei “colpevoli”.
Ovviamente per far ciò abbiamo bisogno dei robot e di una
banca dati che contiene l’intero genoma del verme».

Holger Kloess al lavoro
nel “Laboratorio
di servizio C. Elegans”,
un servizio
tecnologico
a disposizione
degli
altri gruppi
di ricerca dell’IFOM.
Il gruppo di Cassata, operativo all’IFOM da
un anno, ha già identificato alcuni geni chiave implicati
con le RHO GTPasi nei processi di migrazione cellulare. E ora li
sta analizzando in dettaglio per capirne la funzione ed essere
così in grado di passare al livello successivo, la caratterizzazione
di target terapeutici anticancro.
Ma la direzione del Programma C. elegans non è l’unico
compito di Cassata al centro di oncologia milanese. Quando, nel
2001, ricevette la proposta di partecipare all’allora nascente
progetto Fondamentale ottobre 2004 9 IFOM, al giovane scienziato
fu proposto anche di avviare e mettere a punto una “facility”,
cioè un servizio tecnologico a disposizione degli altri
gruppi di ricerca dell’istituto. Oggi il “Laboratorio
di servizio C. elegans” fornisce tecnologie di ultima generazione
e personale specializzato per permettere l’utilizzo di C.
elegans a chi non ha né esperienza né risorse in
merito. Il servizio, coerentemente con l’approccio scientifico
di IFOM che mira alla concentrazione e ottimizzazione delle risorse
umane e tecnologiche, permette ad esempio di verificare i risultati
ottenuti in colture cellulari testandoli su un organismo intero
e al tempo stesso semplice. Il motto del Laboratorio, affidato
da Cassata alla direzione di Holger Kloess, è: «Vi
aiutiamo a trovare tutto ciò che è possibile sapere
sul vostro gene d’interesse in C. elegans (We help you to
find out what is known about your gene of interest in C. elegans)».
Nato a Basilea nel 1968, figlio di operai siciliani
emigrati in Svizzera, Cassata ha frequentato Medicina per tre anni
a Losanna. Scopertosi però poco interessato alla clinica,
interruppe gli studi e si trasferì a Berna, dove si iscrisse
a Biologia, laureandosi con una tesi sulle colture cellulari. «Gli
esperimenti sulle cellule in coltura», racconta lo scienziato, «mi
sembravano spesso poco rilevanti ai fini della conoscenza dei meccanismi
biologici: negli organismi e nei tessuti le cellule “si parlano” e
interagiscono, mentre in coltura queste interazioni vanno perdute.
Pensavo, e lo penso tuttora, che fosse molto più utile lavorare
su organismi interi semplici e manipolabili, che costituiscono
modelli completi dei processi della vita». Ed è così che,
durante il colloquio che gli avrebbe permesso di accedere al dottorato
di ricerca nel laboratorio di Thomas Bürglin all’Università di
Basilea, Cassata incontrò i vermi per la prima volta. E
non li abbandonò più.