di Daniela Ovadia
Estratto dal notiziario "Fondamentale" Giugno 2006

Una banca dati per sapere tutto sul carcinoma della mammella: è il progetto che ha presentato Julio Celis, direttore dell’Istituto di biologia del cancro della Danish Cancer Society al secondo Cancer Meeting internazionale che si è svolto dal 5 all’8 maggio scorso presso il Campus IFOM-IEO.
“Ci siamo resi conto che i nostri gruppi di ricerca lavoravano in modo frammentato, senza condividere i propri risultati. In pratica c’era chi sapeva tutto su un gene, chi su una proteina, ma mancava il quadro generale. Solo questo, infatti, consente di trasformare le informazioni ottenute con la ricerca di base in cure per migliorare la vita dei malati” ha spiegato Celis. “Così stiamo unendo le forze e abbiamo già archiviato in un database accessibile a tutti i ricercatori i dati biologici provenienti da oltre 100 pazienti. Contiamo di arrivare a 500 pazienti nei prossimi quattro anni”.
L’obiettivo del progetto danese è quello, per esempio, di trovare dei biomarcatori nel sangue, ovvero di scoprire quali sono le sostanze individuabili con un semplice prelievo e che possono facilitare la diagnosi precoce di questo tumore, oppure la definizione di una prognosi precisa sulla base delle caratteristiche genetiche del singolo tumore.
Un progetto simile a quello portato avanti da Carlos Caldas, del Dipartimento di oncologia dell’Università di Cambridge, in Gran Bretagna. “Anche noi stiamo lavorando per identificare marcatori per la diagnosi precoce e per la prognosi. Ma non solo. Stiamo anche portando avanti uno studio, chiamato NeoTANGO, sulla chemioterapia neoadiuvante, cioè quella che si somministra per ridurre le dimensioni di un tumore prima di operarlo”.
Lo studio NeoTANGO recluterà 800 partecipanti e cercherà di correlare la risposta alla cura farmacologica con il profilo genetico del tumore: così si saprà a priori su quali pazienti la cura è efficace.
MOLECOLE DA PUNTA
La tecnologia viene in aiuto anche in altri campi della ricerca oncologica, come ha spiegato William C. Hahn del Dana- Farber Cancer Institute di Boston, negli Stati Uniti, che ha creato un vero e proprio archivio di segugi per andare sulle tracce del tumore. In pratica ha creato quella che in gergo si chiama una libreria di RNA interferenti, che funzionano secondo un principio predatore-preda. “Le mie molecole segugio, che sono oltre 100mila, sono in grado di ‘agganciarsi’ a oltre 22mila geni” spiega Hahn. “Così, se voglio sapere se in un certo tumore è espresso un determinato gene, mando il segugio corrispondente a ‘stanarlo’.
Questo è preziosissimo per la ricerca ma non solo: anche per fare diagnosi precoce, per valutare il rischio individuale di ammalarsi o per fare una prognosi sulla base delle caratteristiche genetiche del tumore. Inoltre abbiamo identificato un centinaio di geni che sono coinvolti nella cancerogenesi, ma di cui non conosciamo ancora il ruolo: quando lo scopriremo, potremo creare farmaci intelligenti in grado di bloccarne l’azione”.
UN NUOVO FARMACO
Al Cancer Meeting c’è stato spazio anche per cure innovative già arrivate al letto del paziente. È il caso di un farmaco, la decitabina, approvato poche settimane fa dalla Food and drug administration statunitense, che ‘spegne’ i geni responsabili della sindrome mielodisplastica, un’alterazione del sangue che può trasformarsi in leucemia mielode cronica.
“La novità di questo farmaco biologico è che agisce sulle alterazioni epigenetiche, cioè sui cambiamenti delle sostanze, il più delle volte proteine, che affiancano il DNA nel costituire i geni” ha raccontato Peter Jones, del Norris Cancer Center dell’Università della California del Sud a Los Angeles, che ha condotto gli studi preliminari. “Solo recentemente si è scoperta l’importanza dei cambiamenti epigenetici per la genesi dei tumori, e questo è il primo farmaco in grado di interferire con essi”.
UN BILANCIO POSITIVO
Il Cancer Meeting ha ospitato altri importanti relatori internazionali ed esperti italiani. Il bilancio è stato più che positivo. “Abbiamo puntato sulla cosiddetta traslazionalità della ricerca, quella che vuole trasferire il più rapidamente possibile i risultati dal laboratorio alla clinica” spiega Ugo Cavallaro, direttore del programma di ricerca IFOM Adesione cellulare nella progressione neoplastica e nell’angiogenesi e membro del Comitato scientifico e organizzatore. “I settori su cui si è focalizzato il convegno sono infatti quelli dai quali ci aspettiamo che emergano molto presto nuove idee per nuovi approcci diagnostici e terapeutici, destinati a migliorare significativamente le opportunità di cura per i pazienti”.