Duecento ricercatori si sono incontrati dall’11
al 14 marzo a Milano, in occasione del primo Meeting Internazionale
IFOM-IEO sui tumori.

Scienza eccellente e partecipazione attiva. È questa
la formula scelta per il primo Meeting Internazionale IFOM-IEO
sui tumori, svoltosi a Milano dall’11 al 14 marzo. Il “Cancer
Meeting”, concepito per creare un’occasione di scambio
intellettuale tra scienziati e per stabilire relazioni scientifiche
tra chi lavora in Italia e chi lavora all’estero, si è tenuto
nel nuovo Campus milanese che ospita l’Istituto FIRC (Fondazione
Italiana per la Ricerca sul Cancro) di Oncologia Molecolare (IFOM)
e l’Istituto Europeo di Oncologia (IEO). I duecento scienziati
partecipanti provenivano dai centri più importanti della ricerca
oncologica mondiale. Tra gli argomenti trattati: angiogenesi; meccanismi
di comunicazione dei componenti delle cellule (questi meccanismi
sono spesso responsabili degli “errori di montaggio” che
possono dare origine ai tumori); sistemi di controllo del ciclo cellulare;
studio dei telomeri e dei processi di invecchiamento delle cellule;
epigenetica del cancro (lo studio cioè delle modificazioni
del DNA connesse all’insorgenza dei tumori).
«Abbiamo lavorato», ha spiegato Andrea
Musacchio, direttore del programma di ricerca in “Biologia
Strutturale” presso l’IEO e membro, insieme a Marco
Foiani (IFOM) e Kristian Helin (IEO) del Comitato organizzatore
del Meeting, «per raggiungere il livello scientifico più alto
possibile. Per questo abbiamo invitato i nomi più prestigiosi
dell’oncologia molecolare internazionale e abbiamo ideato
un convegno che, sul modello americano dei grandi congressi scientifici,
avesse una formula di partecipazione attiva, con relazioni plenarie
e successive sessioni di discussione aperte a tutti i partecipanti.
Così concepito, il meeting ha rappresentato per i ricercatori
italiani e stranieri un’opportunità per stabilire
contatti scientifici forti e proficui».

Milano. Il “Cancer Meeting” ha creato
un’occasione di
scambio
intellettuale
tra ricercatori e ha permesso di stabilire
relazioni scientifiche tra chi lavora
in Italia
e chi lavora all ’estero.
Ma non solo. «IFOM e IEO», continua
Musacchio, «hanno intrapreso un’operazione di fusione
delle proprie attività scientifiche nel nuovo Campus, con
l’obiettivo di creare sinergie tali da rendere il Campus
stesso un punto di riferimento della ricerca europea. Il meeting,
partito quest’anno e che avrà cadenza biennale, vuole
essere anche un’occasione di visibilità per l’“operazione
Campus”».
Diagnosi
sempre più personalizzate
Tra le quasi sessanta relazioni che si sono susseguite
durante le quattro giornate del Meeting, ha suscitato particolare
interesse l’intervento di Joan Massagué, del Cancer
Biology and Genetic Program, Howard Hughes Medical Institute, Memorial
Sloan-Kettering Cancer Center (New York). Massagué ha scoperto
che le cellule metastatiche del tumore al seno sono caratterizzate
da “firme genetiche” specifiche per ogni organo invaso.
Una scoperta che aggiunge importanti informazioni a uno studio
pubblicato lo scorso anno dallo stesso Massagué sulle metastasi
al midollo osseo (Cancer Cell, giugno 2003).
«I risultati che avevamo ottenuto allora»,
ha spiegato Massagué, «suggerivano che, oltre all’insieme
di geni caratteristici del tumore mammario primario, le cellule
metastatiche del midollo osseo hanno bisogno di un’ulteriore
popolazione di geni che mediano l’evento metastatico. Gli
esperimenti che ho presentato al Meeting IFOM-IEO non solo confermano
i dati dell’anno scorso, ma ci dicono che le metastasi del
tumore al seno sono un processo multigenico complesso, determinato
da gruppi di geni, specifici per ogni tessuto invaso, che agiscono
in sovrapposizione ai geni che avevano causato inizialmente il
tumore».

Il gruppo di Massagué ha identificato “firme
genetiche” specifiche per le metastasi al midollo osseo,
al polmone e alle ghiandole surrenali. I dati indicano che le “firme
genetiche” sarebbero differenti non solo da metastasi a metastasi,
ma anche da malato a malato: ciò aprirebbe la strada per
prospettive future di diagnosi fortemente personalizzate. Nel frattempo,
gli scienziati stanno mettendo a punto una tecnologia che consentirà lo
screening di pazienti con metastasi già conclamate, per identificare
i gruppi di geni che hanno determinato, in ogni paziente, la formazione
delle metastasi. «A partire da questa informazione»,
ha concluso Massagué, «farmaci specifici potrebbero
in futuro riuscire a rallentare la crescita delle metastasi».
Molto promettenti anche i risultati presentati da
Jerry W. Shay, della University of Texas Southwestern Medical Center
(Dallas). Shay ha illustrato una nuova terapia farmacologica, per
ora alla fase di sperimentazione preclinica, in grado di prevenire
in maniera significativa la formazione di metastasi del tumore
al polmone.
Azione
farmacologica altamente selettiva
La terapia, ha spiegato Shay, “mira” ai “telomeri”,
le estremità del DNA che si accorciano naturalmente a ogni
replicazione successiva delle cellule del nostro corpo. Quando
in una cellula normale i telomeri diventano troppo corti, i meccanismi
di controllo del DNA se ne accorgono e, per evitare di danneggiare
parti essenziali del corredo genetico, fermano la replicazione
della cellula. Ma ciò non accade nelle cellule tumorali,
che sono invece in grado di mantenere i loro telomeri a una lunghezza
minima sufficiente per continuare a moltiplicarsi all’infinito
e diventare, in questo modo, immortali.
«Nel 90-95 per cento di tutti i tumori umani»,
ha spiegato Shay, «viene attivato un enzima, normalmente attivo solo
nell’embrione fino alla 18ma-21ma settimana di gestazione, capace
di riparare indefinitamente i telomeri. Questo enzima si chiama telomeracienza
si e, in pratica, riattacca nuovi nucleotidi alle estremità del DNA
prima che queste diventino troppo corte ».
Con questa premessa, gli scienziati già da tempo
ritenevano che la telomerasi potesse rappresentare il bersaglio terapeutico
ideale per farmaci anticancro di nuova generazione. Niente o quasi effetti
collaterali (perché nelle cellule normali l’enzima è comunque
inattivo) e azione farmacologica altamente selettiva: l’inibizione
della telomerasi, in teoria, dovrebbe uccidere esclusivamente le cellule
neoplastiche, lasciando inalterati i tessuti sani. Un’ipotesi di
lavoro che, oggi, sarebbe dimostrata dagli esperimenti di Shay e colleghi.
Già in
fase di sperimentazione
Gli scienziati, in collaborazione con una società farmaceutica,
sono oggi alla fase di sperimentazione preclinica (necessaria per ottenere
dalla Food and Drug Administration americana l’autorizzazione a passare
alla sperimentazione clinica sull’uomo) di un nuovo composto inibitore
della telomerasi. I risultati, in vitro e in vivo, sono significativamente
positivi sia in termini di atossicità, sia in termini di efficace
prevenzione della diffusione di metastasi del tumore al polmone elle cavie
di laboratorio.
«La nostra speranza», ha concluso Shay, «è che
l’inibizione della telomerasi, in associazione con la terapia convenzionale
anticancro, possa dimostrarsi un approccio efficace, soprattutto nella prevenzione
della metastatizzazione in malati che sono già stati sottoposti all’asportazione
chirurgica del tumore primario».