A Genova è attivo il programma di ricerca
IFOM che sfrutta la straordinaria potenza dei microscopi ottici di ultimissima
generazione per vedere la cellula in tre dimensioni e mentre svolge
le sue attività.

Alberto Diaspro dell’università degli Studi di Genova
circondato dal suo team di ricercatori
Immaginiamo di esplorare una foresta intricatissima.
Ci sono ostacoli da spostare sul cammino, ma ci sono anche tantissimi
animali e uccelli sugli alberi. Se ci muovessimo ‘a colpi di
machete’, potremmo esplorare la foresta a metà, perché
faremmo scappare tutti gli animali e non riusciremmo a vedere com’è
la vita normalmente in quell’ambiente. Perciò dobbiamo
muoverci senza perturbare la foresta, dobbiamo esplorarla ‘in
punta di piedi’. Ecco, questo è esattamente quello che
fa la microscopia ottica, in particolare la microscopia ottica a due
fotoni, con la cellula: la esplora in punta di piedi”. A parlare
così è Alberto Diaspro, direttore del programma di ricerca
IFOM che si occupa di “microscopia e nanoscopia per inseguimento
dinamico di biomolecole in 3D in sistemi cellulari”, attivo
dal 2004 presso il Dipartimento di fisica dell’università
degli Studi di Genova. Con le sue sofisticate tecniche di microscopia,
il team di Diaspro raccoglie immagini che vanno dai tessuti alle singole
cellule, alle strutture subcellulari fino ad arrivare alle molecole.
“Il nostro obiettivo” spiega Diaspro “è
fare una mappa completa di quello che succede dentro una cellla, molecola
per molecola. Vogliamo capire come funziona l’organizzazione
della ‘foresta-cellula’. Una volta ottenute queste mappe
tridimensionali, che possono essere raccolte nel tempo per seguire
l’evolversi temporale delle strutture, si possono realizzare
immagini digitali che rappresentano modelli tridimensionali degli
oggetti studiati”.
Il punto di forza di queste tecniche è proprio
la possibilità di aggiungere la dimensione ‘tempo’
alle tre dimensioni dello spazio. “Il nostro sogno” continua
lo scienziato “è arrivare a essere in grado di prevedere,
solo guardando le mappe, come una data cellula si può evolvere,
se sta facendo le cose giuste o se rischia di diventare una cellula
tumorale”. Lo strumento fondamentale per questa esplorazione
finissima e insieme delicata della vita è appunto il microscopio
ottico a due fotoni.
ENERGIA
‘A RATE’
Per fare tutto ciò bisogna partire dal microscopio
a fluorescenza. In questo sistema, molto usato in biologia molecolare,
la luce (cioè i fotoni) colpisce delle molecole fluorescenti
‘attaccate’ al campione. Queste molecole sono in grado,
se colpite da fotoni di una particolare energia, di emettere a loro
volta luce brillante di un particolare colore (un po’ come fanno
le stelline che attacchiamo al soffitto nella camera dei bambini e
che emettono, appena spenta la luce della stanza, una luminosità
giallognola). Per avere fasci di luce molto concentrati e tutti della
stessa energia (esattamente quella particolare energia che permette
l’emissione della fluorescenza), si usano i laser.
Ma c’è un inghippo: i laser, che sono
sorgenti di fotoni estremamente potenti, se puntati su una cellula
permettono sì di osservarla, ma per un tempo relativamente
breve, perché la possono danneggiare. “Per ovviare a
questo problema” spiega Diaspro “si usano laser che, invece
di investire il campione con un fascio di luce fissa, emettono ‘pacchetti’
di fotoni, cioè luce intermittente, per intervalli sufficienti
a far emettere la fluorescenza ma non abbastanza lunghi da danneggiare
i campioni biologici”.
E non basta, perché fin qui si possono ottenere
immagini di buona qualità e anche quadridimensionali (le tre
dimensioni dello spazio e il tempo) usando i cosiddetti microscopi
confocali, che fanno una serie di scansioni complete del campione
in lunghezza, larghezza e profondità, e poi le ricompongono
in specie di animazioni 3D. Ma queste immagini non sono ancora abbastanza
precise per cogliere tutti i dettagli molecolari del funzionamento
delle cellule, né riescono ad arrivare molto in profondità.
“La vera ‘epifania’ è rappresentata dalla
tecnica di eccitazione a due fotoni, che invia sui campioni energia
a rate” continua Diaspro. “Supponiamo di avere delle molecole
fluorescenti in grado di emettere se colpite da fotoni di energia
10. Noi possiamo mandare sul campione due rate di energia 5, cioè
due fotoni di energia 5, ma così ravvicinate l’una all’altra
che il campione crede di averne ricevuta una sola ed emette la sua
fluorescenza. Naturalmente abbiamo bisogno di sorgenti laser ultraveloci
e molto potenti, in grado di mandare sul campione un gran numero di
fotoni per ogni ‘pacchetto’, perché altrimenti
l’eccitazione a due fotoni, che è un fenomeno in natura
rarissimo, non si vedrebbe praticamente mai”.
Si usano dunque energie più basse che, oltre
a danneggiare ancora meno le cellule, provocano meno ‘disturbi’
nell’immagine, che risulta estremamente nitida del punto di
fuoco del microscopio. Non solo. “Le energie più basse
diffondono meno” spiega ancora Diaspro “cioè si
‘perdono meno per strada’ e così arriva più
luce più in profondità”.
FOTONI
PER CAPIRE IL CANCRO
Con questi potentissimi eppure delicatissimi strumenti,
il team di Diaspro, in collaborazione con il gruppo di imaging attivo
presso il Campus IFOM-IEO di Milano e diretto da Mario Faretta, sta
studiando dettagli della struttura e della funzione cellulare importanti
per capire i meccanismi molecolari della trasformazione tumorale.
“Osserviamo” afferma Diaspro “tutte le strutture
cellulari, cioè il nucleo, il citoscheletro e la membrana in
cellule normali e tumorali. Osserviamo il cosiddetto ‘traffico’
molecolare, cioè i movimenti delle molecole all’interno
delle strutture subcellulari per capire se è possibile fare
delle previsioni sull’evoluzione delle cellule e, nel caso di
cellule tumorali, per seguire l’effetto delle terapie”.
Per esempio, proprio in colaborazione con Faretta,
Diaspro sta portando avanti uno studio per caratterizzare i meccanismi
di trasformazione della cromatina del nucleo (la cromatina è
una sostanza costituita da DNA e proteine, ed è quella che
conferisce la forma ai cromosomi) durante la divisione cellulare.
“Usiamo” spiega Diaspro “delle proteine fluorescenti
che sono naturalmente presenti nelle cellule, ma non nel nucleo. Con
tencniche di ingegneria genetica facciamo in modo che le cellule producano
queste proteine legate alla cromatina del nucleo. Poi ‘accendiamo’
le proteine fotoattivabili con l’eccitazione a due fotoni e
lasciamo che la cellula si evolva. E riusciamo a ottenere immagini
precise in volumi straordinariamente piccoli, dell’ordine del
centesimo di femtolitro”. Straordinariamente piccoli davvero,
se pensiamo che un femtolitro è già un milionesimo di
miliardesimo di litro. Con la stessa tecnica di osservazione, Diaspro
e colleghi studiano anche l’effetto dei farmaci sulle cellule
tumorali, per valutarne l’efficacia e l’eventuale tossicità.
L’IDROLITINA
DELLA RICERCA
Il connubio tra ricerca in microscopia e oncologia
molecolare è, dice Diaspro, “come la vecchia idrolitina
del cavalier Gazzoni. Vi ricordate che ci volevano due bustine, quella
rossa e quella blu, per avere l’acqua frizzante? Ebbene, la
microscopia è la bustina rossa e l’oncologia molecolare
è la bustina blu, e unendo le forze si possono raggiungere
grandi risultati”. L’interesse di Diaspro, laureato a
Genova in ingegneria elettronica, è sempre stato orientato
verso lo sviluppo della microscopia, e avrebbe voluto da tempo applicare
le sue conoscenze ai sistemi biologici. “Volevo che il mio lavoro
potesse essere veramente utile” racconta lo scienziato “e
il campo dell’oncologica è oggi così vicino a
tutti noi che mi sembrava la strada giusta da percorrere. IFOM ha
riconosciuto le potenzialità di questo connubio e così
è nato il mio programma di ricerca”.