In presenza di lesioni al DNA la proteina CDK
attiva i sistemi di controllo e avvia il meccanismo di riparazione.
La scoperta, pubblicata su "Nature", arriva dall'Istituto
FIRC di Oncologia Molecolare.

Marco Foiani nel suo studio.
«Attenzione: c'è una rottura critica
sul filamento di DNA!» «Ricevuto! Infermiera CDK in
azione: lesione pulita e predisposta alla riparazione, sistema
di controllo cellulare acceso
e ricostruzione avviata». Suonerebbero più o meno così le
comunicazioni "di
servizio" all'interno di una cellula con il DNA danneggiato
(e cioè a rischio di diffondere pericolose alterazioni genetiche
o di diventare addirittura una cellula tumorale).
Pubblicata in ottobre su Nature, la scoperta
del ruolo essenziale della CDK (o "chinasi ciclina-dipendente")
nell’attivazione
dei sistemi di controllo cellulari (i cosiddetti "check-point")
e nella riparazione dei danni al DNA arriva dall'IFOM (Istituto
FIRC di Oncologia Molecolare) di Milano ed è opera di un team di
ricercatori guidato da Marco Foiani, direttore dell'Unità IFOM
"Stabilità del
genoma" e professore di Biologia molecolare presso l'Università
degli Studi di Milano. Un compito nuovo per una proteina già famosa:
scoperta nei primi anni 80, la CDK è nota agli scienziati come
"motore del ciclo cellulare".
Nel 2001 la proteina ha conosciuto gli "onori della
ribalta" con il Nobel conferito agli studiosi Leland H. Hartwell,
R. Timothy Hunt e Paul M. Nurse. E con la scoperta di oggi, la
CDK diventa protagonista insospettata anche dei meccanismi che
proteggono le cellule dalle lesioni genetiche, e quindi dal cancro.

Alitukiriza Balijja e Achille Pelliccioli nei laboratori IFOM
dove si è scoperto il ruolo essenziale della CDK
nell'attivazione dei sistemi di controllo cellulari e nella
riparazione dei danni al DNA.
«Ora sappiamo», dice Achille Pellicioli, ricercatore
dell'Università di Milano presso l'IFOM e coautore della
ricerca, «che
la CDK ha una funzione chiave nel controllo della stabilità e dell'integrità
del genoma». Un risultato che, a detta degli scienziati, potrebbe
avere implicazioni cruciali sulle attuali cure anticancro a base
di chemioterapici.
La ricerca italiana è stata supportata dai finanziamenti di AIRC
ed è stata integrata da uno studio portato avanti presso la Brandeis
University di Waltham (Massachusetts, USA).
La rottura del DNA è un guasto serio per una cellula.
Se non riparata, la rottura può causare un errore genetico che
si propaga via via che la cellula si moltiplica, con il risultato
di avere una popolazione di cellule "difettose" (e quindi
un tessuto o un intero organo che funziona male). O addirittura,
nella peggiore
delle ipotesi, le cellule possono comiciare a proliferare in maniera
incontrollata dando così origine a un tumore. Per questo, ogni
volta che si verifica una rottura del DNA, la cellula cerca di
ripararla al più presto. E, se non ci riesce, attiva il processo
di autodistruzione tramite "apoptòsi" (o "morte cellulare
programmata").
In questa complessa rete di meccanismi di controllo,
riparazione e autodistruzione la proteina CDK gioca un ruolo cruciale.
Con una serie di esperimenti condotti su cellule del lievito Saccharomyces
cerevisiae, Marco Foiani e colleghi hanno dimostrato che alla rottura
del DNA segue l’intervento immediato della CDK, che attiva i sistemi
di controllo e favorisce la riparazione. In pratica la CDK si comporta
come una perfetta infermiera: pulisce accuratamente le lesioni,
accende i monitor che tengono sotto controllo le funzioni vitali
del paziente (il DNA) e, in attesa del chirurgo, dispensa le prime
cure.

«La CDK», spiega Foiani, «è indispensabile
perchè la
lesione sia processata nel modo corretto e per attivare i checkpoint
e i successivi meccanismi di riparazione e protezione dal cancro». «In
passato», dice Alitukiriza Balijja, ricercatrice IFOM e coautrice
della ricerca, «si credeva che la CDK avesse unicamente il compito
di promuovere il ciclo cellulare.
Il meccanismo noto era quindi questo: quando si
attiva il checkpoint per riparare un danno al DNA, CDK viene spenta
affinché la cellula smetta di crescere fintanto che il danno non
sia riparato. In questo modo si impedisce che il danno si propaghi
portando a disordini cellulari irreversibili. Ora abbiamo scoperto
che in realtà la proteina CDK non viene completamente spenta, ma
continua a svolgere un ruolo rilevante». Così rilevante che, in
assenza di CDK, possono succedere guai seri. «In cellule con DNA
danneggiato e prive della proteina CDK», aggiunge Simona Fiorani,
altra componente del team IFOM, «il checkpoint non si attiva, il
danno non viene processato e di conseguenza il DNA non viene riparato».
Anche dal punto di vista delle implicazioni terapeutiche,
la scoperta di Foiani e colleghi è una novità assoluta:
fino a questo momento si pensava infatti che, per aiutare una cellula
a riparare i danni al DNA, la CDK dovesse essere inibita farmacologicamente.
Ma, alla luce dei nuovi risultati, questa strategia potrebbe essere
pericolosa: in alcuni pazienti inibire l'azione della CDK potrebbe
infatti inceppare i sistemi di controllo e addirittura favorire
la crescita del cancro. Non solo: nei portatori di alterazioni
genetiche a livello dei geni della CDK, ogni rottura del DNA (fisiologica,
ma anche indotta da farmaci o da radioterapia) rappresenta un rischio
di tumore più grave che nelle persone con CDK "sana", perché i
checkpoint funzionano male in partenza.
Secondo i ricercatori, la strada da percorrere è quella
che conduce alla cosiddetta "medicina personalizzata". «Capire
il profilo genetico dei diversi tumori e dei diversi pazienti»,
conclude Foiani, «è fondamentale per individuare la cura
adeguata ai singoli casi». La ricerca è stata possibile grazie
a finanziamenti di AIRC, alle risorse tecnologiche dell'IFOM e
all'impegno individuale
dei componenti del team. «I finanziamenti di AIRC e le strutture
tecnologicamente avanzate dell'IFOM», è il commento finale di Foiani, «hanno
consentito al nostro gruppo di crescere e acquisire una forte competitività
scientifica a livello internazionale.
E dal punto di vista delle risorse umane ci terrei
che il merito di questa bella impresa andasse soprattutto ad Achille
Pellicioli, che ha progettato insieme a me gli esperimenti e ha
messo un impegno straordinario nella realizzazione di questo studio».
E la grande soddisfazione per la "bella impresa"
traspare anche dal commento di Enrico Decleva, Magnifico Rettore
dell'Università degli
Studi di Milano: «I complimenti più vivi a Foiani e al suo gruppo:
una testimonianza in più di quanto possa valere la collaborazione
scientifica ad altissimo livello tra l'Università degli Studi e
l'IFOM. Si parla spesso dell'opportunità che a Milano si “faccia
sistema”: ma in qualche caso questo avviene già e va sottolineato.
Ed esistono tutte le condizioni perché il raccordo tra l'Università
e l'IFOM si sviluppi ulteriormente».