Ufficio Stampa IFOM Fondazione Istituto FIRC di
Oncologia Molecolare
Scienziati dello IEO, dell’IFOM e dell’Università di
Milano hanno identificato una nuova classe di farmaci in grado di
provocare il suicidio delle cellule leucemiche. La sperimentazione
in modelli animali ha dimostrato che questi farmaci sono attivi su
vari tipi di leucemia e che sono totalmente non-tossici per le cellule
sane.
La scoperta è stata pubblicata su Nature Medicine.
Si chiamano “inibitori delle deacetilasi” e
riescono a innescare un meccanismo di autodistruzione nelle cellule
della leucemia, senza provocare danni alle cellule sane. Si tratta
quindi di farmaci che colpiscono i meccanismi propri del tumore,
risparmiando i tessuti dell’organismo. È questa un’altra
dimostrazione che produrre “farmaci intelligenti” è possibile,
ed è stata ottenuta da un team di ricercatori del Campus
IFOM-IEO di Milano (IFOM Fondazione Istituto FIRC di Oncologia
Molecolare; IEO Istituto Europeo di Oncologia), in collaborazione
con le Università di Milano, Roma e Napoli, guidati da Pier
Giuseppe Pelicci. “Gli inibitori delle deacetilasi – spiega
Alessandra Insinga, primo autore dello studio – funzionano
molto bene sia sui modelli animali di leucemia mieloide, sia sulle
cellule umane ottenute da pazienti leucemici. Ora bisogna attendere
i risultati della sperimentazione sull’uomo.” Alcuni
studi clinici sono in corso in centri specializzati europei e americani
e i risultati saranno disponibili entro i prossimi 5-10 anni.
La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa
rivista Nature Medicine, è stata condotta anche grazie a un importante
finanziamento dell’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca
sul Cancro).
Gli inibitori delle deacetilasi sono
un tipo nuovo di “farmaci intelligenti”. Quelli che conoscevamo (acido
retinoico e imatinib, per esempio) agiscono sulla causa iniziale
del tumore, che è diversa da tumore a tumore. Il loro uso,
infatti, è ristretto a pochi tipi di tumore (la leucemia
promielocitica e la leucemia mieloide cronica, per esempio). Secondo
gli scienziati, il meccanismo di funzionamento degli inibitori
delle deacetilasi è invece tale da far supporre che questi
farmaci possano essere attivi su diversi tipi di tumore. “L’attività di
questi farmaci – dice Pelicci – dipende da un evento
che avviene tardivamente nel processo di formazione della leucemia
e che sappiamo essere comune a molti tumori.”
La mappatura del genoma umano ha dato l’avvio
a un nuovo approccio scientifico allo studio dei tumori, l’oncogenomica.
Uno dei suoi obiettivi è quello di ottenere una mappa del “malfunzionamento” genico
per ogni singolo tumore, al fine di identificare bersagli specifici
contro i quali costruire nuovi farmaci (i cosiddetti farmaci molecolari
o "farmaci intelligenti", appunto). Se i bersagli identificati
sono veramente specifici del tumore, allora i farmaci ottenuti
colpiranno in maniera selettiva solo le cellule tumorali, con pochi
o nessun effetto collaterale per le cellule sane. Le istone deacetilasi
(o HDAC, Histone deacetylases), sono enzimi cellulari che regolano
l’espressione genica, la replicazione del DNA e la stabilità del
genoma, e la loro funzione è frequentemente alterata nei
tumori. Rappresentano perciò un bersaglio ideale per lo
sviluppo di farmaci in grado di inibire questi enzimi. Il team
guidato da Pelicci ha scoperto che l’acido valproico, un
inibitore delle istone deacetilasi, distrugge la cellula tumorale
inducendone l’apopotòsi (o morte cellulare programmata)
e lo fa senza essere tossico per le cellule sane.
L’apopotòsi è una sorta di “procedura
di sicurezza” che impone l’autodistruzione di quelle
cellule che accumulano alterazioni a carico di geni (e che quindi
potrebbero dare origine a un tumore). Questa procedura è disattivata
nelle cellule tumorali, che diventano quindi immortali e crescono
in maniera incontrollata. Gli inibitori delle deacetilasi
riattiverebbero questa “procedura di sicurezza” nelle
cellule tumorali,
accendendo la funzione di quattro geni (TRAIL, DR5, Fas, FasL)
che sono normalmente deputati a istruire la procedura di apoptòsi. “Poiché l’acido
valproico non riesce ad attivare i quattro geni dell’apopotosi
nelle cellule normali – spiega Insinga – queste ultime
risultano resistenti al trattamento.” I risultati ottenuti
sulle cavie di laboratorio sono stati confermati dagli esperimenti
condotti su cellule prelevate da pazienti affetti da leucemia mieloide.