Scoperto da scienziati dello IEO il meccanismo
molecolare che mantiene l’equilibrio della risposta immunitaria
intestinale e ci protegge da gravi malattie come il morbo di Crohn.
La scoperta pubblicata oggi su Nature Immunology.
“Non sparate sui batteri!”. La scena è l’intestino
e a parlare è una proteina speciale, la proteina TSLP, il
cui compito è “educare” e “condizionare” le
cellule del sistema immunitario intestinale affinché non scatenino
risposte infiammatorie non volute. A evidenziare il ruolo della proteina
TSLP (“linfopoietina timica stromale”) e a identificare
così un importante meccanismo molecolare di regolazione dell’omeostasi
intestinale (in pratica la capacità dell’organismo di
tollerare la presenza nell’intestino di batteri “buoni”,
la cosiddetta “flora batterica”, e di distruggere i batteri “cattivi”,
quelli portatori di malattie) è stato un gruppo di scienziati
del Dipartimento di Oncologia Sperimentale dell’Istituto Europeo
di Oncologia (IEO) di Milano. Lo studio, che compare oggi sul sito
Internet di Nature Immunology e sarà pubblicato tra poche
settimane sulla versione cartacea della prestigiosa rivista scientifica,
può contribuire alla futura messa a punto di nuove strategie
diagnostico-preventive contro la malattia di Crohn e getta luce sui
meccanismi di insorgenza del carcinoma del colon. La ricerca è stata
condotta grazie a finanziamenti della Fondazione Italiana per la
Ricerca sul Cancro (FIRC) e dell’Associazione Italiana per
la Ricerca sul Cancro (AIRC).
L’intestino è normalmente popolato
da batteri a noi noti come “flora batterica”, che gli
scienziati chiamano “batteri commensali”. Poiché questi
batteri ci sono indispensabili per il metabolismo degli alimenti,
il nostro sistema immunitario li deve riconoscere e li deve trattare
da amici, rispondendo alla loro presenza con un meccanismo detto “tolleranza”.
Quando però l’intestino viene invaso da batteri patogeni
(cioè portatori di malattie), ad esempio tramite l’ingestione
di cibo avariato, il sistema immunitario deve individuare gli intrusi,
aggredirli e distruggerli, scatenando verso di loro una risposta
infiammatoria. L’equilibrio tra meccanismo di tolleranza
verso i batteri commensali e risposta infiammatoria verso i batteri
patogeni costituisce l’omeostasi intestinale.
Ma come fa il sistema immunitario a riconoscere
i “buoni” dai “cattivi”? Per rispondere
a questa domanda gli scienziati dello IEO hanno condotto una serie
di esperimenti ex vivo (cioè su cellule estratte da tessuto
intestinale umano sano o da pazienti affetti da morbo di Crohn)
e in vivo su uno speciale sistema (messo a punto proprio dal team
milanese), detto di “co-cultura”, che simula i vari
strati della parete intestinale. “Abbiamo scoperto – spiega
Maria Rescigno, ricercatrice presso il Campus IFOM-IEO (IFOM Fondazione
Istituto FIRC di Oncologia Molecolare e Istituto Europeo di Oncologia)
e autrice principale dello studio pubblicato oggi – che le
cellule dendritiche, che fanno parte del sistema immunitario intestinale,
subiscono un condizionamento particolare, in pratica vengono ‘educate’ a
non aggredire mai i batteri, siano essi buoni o cattivi. E la ‘maestra’ che
impartisce questa lezione di ‘non belligeranza’ è la
proteina TSLP, rilasciata da un’altra popolazione di cellule
intestinali, le cellule epiteliali. Saranno altre cellule immunitarie,
provenienti dal sangue e attirate dalla presenza stessa di eventuali
batteri patogeni, a sopraggiungere in caso di necessità per
combattere gli intrusi.” È dunque l’interazione
tra cellule dendritiche e cellule epiteliali, mediante l’intervento
della proteina “maestra”, a mantenere l’omeostasi
intestinale.
E se il meccanismo di interazione smette di funzionare
sono guai. “Se l’interazione viene a mancare – spiega
Rescigno – si possono verificare stati patologici, perché si
instaura una risposta infiammatoria nei confronti dei batteri commensali,
che vengono quindi aggrediti come se fossero patogeni. È ciò che
accade ad esempio nei casi in cui la proteina TSLP non è espressa,
cosa che abbiamo osservato nel 70% delle persone affette da morbo
di Crohn che abbiamo analizzato. La nostra scoperta potrebbe quindi
contribuire allo sviluppo e alla messa a punto, in futuro, di un
nuovo ‘tool’ diagnostico nei confronti di questa malattia.” Il
morbo di Crohn, un’infiammazione cronica dell’intestino
che affligge una persona su mille nei Paesi industrializzati (l’incidenza è più bassa
nei Paesi in via di sviluppo) è molto difficile da diagnosticare.
E da curare: “Non esiste una terapia risolutiva – commenta
Rescigno – e in molti casi il paziente deve essere sottoposto
a intervento chirurgico, dopo il quale sono molto comuni le recidive.”
Ma c’è dell’altro. La scoperta degli
scienziati milanesi potrebbe anche contribuire in maniera significativa
alla ricerca sul cancro. “Nei pazienti affetti da morbo di Crohn – spiega
ancora Rescigno – il rischio di insorgenza di carcinoma del colon è più alto.
Capire i meccanismi molecolari di induzione del morbo può aiutare
a capire quelli del carcinoma, magari mettendo in evidenza nuovi bersagli
terapeutici.”