Consegnato il premio "Guido Venosta" 2016

Novembre 2016

Il premio Guido Venosta, attribuito ogni due anni a un ricercatore che si è particolarmente distinto nel portare al letto del malato un’innovazione efficace, è andato a chi ha contribuito a fare della leucemia promielocitica una malattia guaribile.

Premiazione Venosta2016Consegna al Prof. Francesco Lo Coco
del premio Guido Venosta 2016
al Quirinale.

Il premio Guido Venosta 2016 è stato attribuito a Francesco Lo Coco, ricercatore dell’Università Roma Tor Vergata, per i suoi studi sulla leucemia acuta promielocitica.

Gli studi del professor Lo Coco hanno contribuito significativamente allo sviluppo di terapie innovative che hanno permesso di ottenere una percentuale elevatissima di guarigione in una malattia una volta mortale. Inoltre hanno dimostrato concretamente delle terapie “chemotherapy free” in oncologia.


Di seguito il discorso che il professor Lo Coco ha pronunciato al Quirinale in occasione della premiazione.


La leucemia promielocitica è una forma di leucemia acuta che origina dalla crescita incontrollata di progenitori dei globuli bianchi (detti appunto promielociti) i quali risultano “bloccati” durante il normale processo di maturazione che avviene nel midollo osseo.
L’accumulo di queste cellule immature determina anemia e frequenti fenomeni emorragici legati al diminuito numero delle piastrine e ad anomalie della coagulazione.
Si tratta per fortuna di una forma rara (ogni anno vengono diagnosticati circa 120-150 casi in Italia) che può colpire soggetti di qualsiasi età, bambini, adolescenti, adulti e anziani, con una età mediana intorno ai 40 anni, e con una simile prevalenza nei due sessi.
La malattia può insorgere in modo improvviso e ha spesso un decorso aggressivo, a volte addirittura fulminante per via di possibili gravi emorragie interne. Senza una rapida e accurata diagnosi e senza le terapie adeguate, questa leucemia ancora oggi può avere esito fatale in poche ore o giorni, soprattutto se non riconosciuta in tempo.

Guarigioni possibili

Grazie a una serie di scoperte in campo biologico e clinico, avvenute negli ultimi 25 anni, oggi possiamo guarire la stragrande maggioranza dei pazienti affetti da questa malattia. Inoltre, da una prognosi il più delle volte infausta, con circa il 70-80 per cento dei pazienti che morivano entro uno o due anni fino ai primi anni novanta, oggi siamo passati alla cura di questa malattia, nella maggior parte dei casi, addirittura senza fare ricorso alla chemioterapia e utilizzando soltanto farmaci “mirati”, in particolare l’acido retinoico e il triossido di arsenico.
La combinazione di acido retinoico e triossido di arsenico agisce distruggendo in modo specifico la proteina “sbagliata” che si trova all’interno delle cellule maligne.
Poiché questa proteina anomala non è presente nelle cellule normali, gli effetti collaterali sono assai ridotti, con grande beneficio per i pazienti e per la loro qualità di vita.
La ricerca italiana ha avuto un ruolo assai importante nei progressi ottenuti nella cura di questa leucemia.
In campo clinico, ciò si deve in particolare al gruppo GIMEMA (Gruppo italiano per lo studio delle malattie ematologiche dell’adulto), fondato più di 30 anni fa da Franco Mandelli.
Il GIMEMA si occupa di standardizzare e diffondere in tutti i centri ematologici italiani la diagnostica e la terapia delle leucemie e di altre malattie del sangue, e coordina studi clinici che coinvolgono centri universitari e ospedalieri diffusi in tutto il territorio nazionale.

Dalla diagnosi alla cura

Già negli anni novanta, i risultati ottenuti con chemioterapia e acido retinoico avevano migliorato sensibilmente la prognosi della leucemia promielocitica. Negli stessi anni, grazie al contributo di Pier Giuseppe Pelicci in campo biologico, la ricerca italiana sostenuta da AIRC rendeva possibile identificare il marcatore molecolare della malattia, permettendo così di diagnosticare questa pericolosa leucemia in modo più rapido e accurato.
Ancora oggi, alcune forme più aggressive di leucemia promielocitica (ad alta conta di globuli bianchi) sono contrastate da terapie con farmaci mirati, associate a basse dosi di chemioterapici tradizionali.
È importante ricordare in proposito, che i cosiddetti farmaci bersaglio non sono ancora applicabili in alcune forme tumorali e che queste possono essere curate efficacemente in molti casi ricorrendo alla chemioterapia convenzionale.
Inoltre, uno dei vantaggi dei farmaci mirati consiste proprio nel fatto che essi consentono di ridurre notevolmente l’intensità della chemioterapia che si utilizza in combinazione.
Un esempio è rappresentato in proposito dalla cura dei linfomi, che si avvale oggi di un’associazione assai efficace di anticorpi diretti contro le cellule tumorali e di basse dosi di chemioterapia

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