Le sue scoperte hanno contribuito in maniera
significativa a chiarire il rapporto tra processi infiammatori e
sviluppo del cancro: hanno aperto la strada alla ricerca di terapie
mirate basate su farmaci, e lasciano sperare che sia possibile arrivare
a strategie di prevenzione su ampia scala per molte forme di tumore.

Prof. Alberto Mantovani,
Direttore Scientifico
Istituto Clinico Humanitas.
Come spesso succede ai grandi scienziati, la sua
è la storia di un lavoro intelligente e metodico, che però ha
robuste radici nella passione e nella capacità d'intuizione.
Di sicuro Alberto Mantovani, docente di Patologia
generale all'Università Statale di Milano, Capo Dipartimento di
Immunologia e Biologia cellulare all'Istituto di Ricerche farmacologiche
"Mario Negri", prescelto dalla FIRC per il Premio "Guido
Venosta" 2004,
si è ampiamente meritato tutto ciò che ha ottenuto.
Tutto iniziò verso la metà degli anni Settanta
con una forte curiosità verso i sistemi di difesa immunitaria più
primitivi. L'attenzione era diretta verso quelle cellule un po'
poliziotto e un po' spazzino che, al primo contatto con qualunque
elemento estraneo, quindi potenzialmente nocivo, intervengono ingoiandoselo.
C'era ancora da capire se e in che modo queste stesse cellule potevano
difenderci dalle cellule cancerose.
Come tanti altri neolaureati, Mantovani andò a
lavorare in Inghilterra. I suoi maestri all'estero furono R. Alexander
e P. Evans, i due più autorevoli esperti di allora sui macrofagi,
grandi "mangiatori di nemici" con un ruolo essenziale in quel
processo di autodifesa locale dei tessuti che è l'infiammazione. «Mi
affascinava il fatto che quelle cellule s'infiltrassero nei tumori»,
ricorda Mantovani, «Perchè lo facevano?».
Tornato in Italia, continuò a lavorarci sopra e
poco alla volta si convinse di un'interpretazione dei fatti originale
e talmente controcorrente che suonò come un'eresia. Mise alla prova
la sua idea, trovò i dati che la confermavano e nel 1983 ne ottenne
la pubblicazione su Science, una delle due più autorevoli riviste
scientifiche del mondo.
Accolta all'inizio con molta perplessità, oggi quell'idea è universalmente
accettata dalla comunità scientifica al punto che nel 2003 Mantovani è stato
invitato in tutto il mondo proprio per festeggiare i 20 anni di
quell’articolo.

Il Presidente Ciampi si congratula con lo
scienziato durante la cerimonia al Quirinale.
Ma cosa aveva scoperto di così impensabile? «Che
i macrofagi agiscono come "poliziotti corrotti". Anzichè infiltrarsi
nei tumori per combattere le cellule cancerose, fanno il gioco
del nemico aiutandole a crescere. Mi ero chiesto: se ai tumori
i macrofagi servono, producono qualcosa per attirarli?
Da lì la scoperta delle chemochine, "parole" molecolari
fondamentali nel dialogo tra sistema immunitario e cancro, con
le quali i tumori chiamano a sé i macrofagi per poi corromperli.
A quel punto i "poliziotti corrotti" lavorano per il cancro
in molti modi: lo aiutano a rifornirsi di nutrienti, stimolando
la
formazione di nuovi vasi sanguigni e bloccano l'intervento dei
poliziotti onesti facendo in modo che non si attivino. Non solo:
favoriscono anche la formazione delle metastasi aprendo la strada
alle cellule maligne, comportandosi proprio come guardaspalle».
Dopo la prima chemochina, scoperta 20 anni fa,
si è arrivati a conoscerne 47, tutte essenziali per una serie di
processi che vanno ben oltre il cancro. Lo stesso linguaggio serve
infatti ad orchestrare tutto il traffico dei globuli bianchi nell’organismo,
quindi il processo d'infiammazione.
L'aspetto più interessante di questo lavoro, e il più ricco di conseguenze
cliniche, è la
scoperta che alcune malattie infiammatorie croniche predispongono ai tumori.
All'origine
della malattia c'è sempre, naturalmente, quel momento dannato in cui il DNA della
viene alterato in modo
pericoloso, ma se poi il cancro arriva a formarsi è anche perché l'ambiente
in cui quella cellula vive ne favorisce lo sviluppo. L'infiammazione cronica,
specie
se causata dai macrofagi, pare proprio essere il suo microambiente
ottimale.
Il cancro del fegato, ad esempio, è più frequente in chi soffre di epatite
B proprio causa dello stato d'infiammazione cronica provocato da quel virus e
chi ha un'infiammazione
intestinale cronica ha un
aumento del rischio di ammalarsi
di cancro del colon.
«Il nesso tra infiammazione
e cancro è stato verificato in
alcuni grandi "assassini" tra i
tumori umani: nel cancro all'ovaio,
al seno, al colon, alla prostata
e nel mieloma multiplo»,
prosegue Mantovani, «e in questi
casi, infatti, i farmaci in
grado di agire sul microambiente
possono avere un'attività
antitumorale. Non colpiscono
la cellula, quindi non si sostituiscono
alle altre terapie, però
possono affiancarle con successo.
Alcuni sono già in uso.
In
una forma rara di cancro al
colon, la poliposi familiare, già
ora possiamo bloccare la progressione
tumorale usando
degli antinfiammatori.
Recentemente è stato approvato negli
Stati Uniti l'uso di un anticorpo
monoclonale per bloccare una
molecola, VEGF, prodotta dal
cancro al colon per attirare i
macrofagi e stimolare l'angiogenesi.
Anche per la cura del mieloma
avanzato utilizziamo un
antinfiammatorio, la talidomide,
proprio perché blocca l'azione
dei macrofagi. Tutto ciò
conferma che il principio da cui
eravamo partiti era giusto».
La sperimentazione continua
su vari fronti. Diversi studi
clinici sono in corso in tutto il
mondo e, specie per quanto
riguarda la cura del cancro dell'ovaio
e del rene, stanno emergendo
risultati incoraggianti.
«Ma soprattutto il nesso tra uso
di antinfiammatori e riduzione
del rischio di cancro lascia sperare
che sia possibile in futuro arrivare
alla messa a punto di strategie
preventive su scala più
ampia», conclude Mantovani.