Premio Venosta 2004: Vincitore Alberto Mantovani

Estratto dal notiziario "Fondamentale" Gennaio 2005

NUOVA LUCE DALLE RICERCHE DI ALBERTO MANTOVANI

di Clara Migliavacca

Le sue scoperte hanno contribuito in maniera significativa a chiarire il rapporto tra processi infiammatori e sviluppo del cancro: hanno aperto la strada alla ricerca di terapie mirate basate su farmaci, e lasciano sperare che sia possibile arrivare a strategie di prevenzione su ampia scala per molte forme di tumore.

MantovaniProf. Alberto Mantovani,
Direttore Scientifico
Istituto Clinico Humanitas.

Come spesso succede ai grandi scienziati, la sua è la storia di un lavoro intelligente e metodico, che però ha robuste radici nella passione e nella capacità d'intuizione. Di sicuro Alberto Mantovani, docente di Patologia generale all'Università Statale di Milano, Capo Dipartimento di Immunologia e Biologia cellulare all'Istituto di Ricerche farmacologiche "Mario Negri", prescelto dalla FIRC per il Premio "Guido Venosta" 2004, si è ampiamente meritato tutto ciò che ha ottenuto.

Tutto iniziò verso la metà degli anni Settanta con una forte curiosità verso i sistemi di difesa immunitaria più primitivi. L'attenzione era diretta verso quelle cellule un po' poliziotto e un po' spazzino che, al primo contatto con qualunque elemento estraneo, quindi potenzialmente nocivo, intervengono ingoiandoselo. C'era ancora da capire se e in che modo queste stesse cellule potevano difenderci dalle cellule cancerose.

Come tanti altri neolaureati, Mantovani andò a lavorare in Inghilterra. I suoi maestri all'estero furono R. Alexander e P. Evans, i due più autorevoli esperti di allora sui macrofagi, grandi "mangiatori di nemici" con un ruolo essenziale in quel processo di autodifesa locale dei tessuti che è l'infiammazione. «Mi affascinava il fatto che quelle cellule s'infiltrassero nei tumori», ricorda Mantovani, «Perchè lo facevano?».

Tornato in Italia, continuò a lavorarci sopra e poco alla volta si convinse di un'interpretazione dei fatti originale e talmente controcorrente che suonò come un'eresia. Mise alla prova la sua idea, trovò i dati che la confermavano e nel 1983 ne ottenne la pubblicazione su Science, una delle due più autorevoli riviste scientifiche del mondo. 
Accolta all'inizio con molta perplessità, oggi quell'idea è universalmente accettata dalla comunità scientifica al punto che nel 2003 Mantovani è stato invitato in tutto il mondo proprio per festeggiare i 20 anni di quell’articolo.

Mantovani1
Il Presidente Ciampi si congratula con lo 
scienziato durante la cerimonia al Quirinale.

Ma cosa aveva scoperto di così impensabile? «Che i macrofagi agiscono come "poliziotti corrotti". Anzichè infiltrarsi nei tumori per combattere le cellule cancerose, fanno il gioco del nemico aiutandole a crescere. Mi ero chiesto: se ai tumori i macrofagi servono, producono qualcosa per attirarli?

Da lì la scoperta delle chemochine, "parole" molecolari fondamentali nel dialogo tra sistema immunitario e cancro, con le quali i tumori chiamano a sé i macrofagi per poi corromperli. A quel punto i "poliziotti corrotti" lavorano per il cancro in molti modi: lo aiutano a rifornirsi di nutrienti, stimolando la formazione di nuovi vasi sanguigni e bloccano l'intervento dei poliziotti onesti facendo in modo che non si attivino. Non solo: favoriscono anche la formazione delle metastasi aprendo la strada alle cellule maligne, comportandosi proprio come guardaspalle».

Dopo la prima chemochina, scoperta 20 anni fa, si è arrivati a conoscerne 47, tutte essenziali per una serie di processi che vanno ben oltre il cancro. Lo stesso linguaggio serve infatti ad orchestrare tutto il traffico dei globuli bianchi nell’organismo, quindi il processo d'infiammazione.

L'aspetto più interessante di questo lavoro, e il più ricco di conseguenze cliniche, è la scoperta che alcune malattie infiammatorie croniche predispongono ai tumori. All'origine della malattia c'è sempre, naturalmente, quel momento dannato in cui il DNA della viene alterato in modo pericoloso, ma se poi il cancro arriva a formarsi è anche perché l'ambiente in cui quella cellula vive ne favorisce lo sviluppo. L'infiammazione cronica, specie se causata dai macrofagi, pare proprio essere il suo microambiente ottimale.

Il cancro del fegato, ad esempio, è più frequente in chi soffre di epatite B proprio causa dello stato d'infiammazione cronica provocato da quel virus e chi ha un'infiammazione intestinale cronica ha un aumento del rischio di ammalarsi di cancro del colon. «Il nesso tra infiammazione e cancro è stato verificato in alcuni grandi "assassini" tra i tumori umani: nel cancro all'ovaio, al seno, al colon, alla prostata e nel mieloma multiplo», prosegue Mantovani, «e in questi casi, infatti, i farmaci in grado di agire sul microambiente possono avere un'attività antitumorale. Non colpiscono la cellula, quindi non si sostituiscono alle altre terapie, però possono affiancarle con successo. Alcuni sono già in uso.

In una forma rara di cancro al colon, la poliposi familiare, già ora possiamo bloccare la progressione tumorale usando degli antinfiammatori.

Recentemente è stato approvato negli Stati Uniti l'uso di un anticorpo monoclonale per bloccare una molecola, VEGF, prodotta dal cancro al colon per attirare i macrofagi e stimolare l'angiogenesi. Anche per la cura del mieloma avanzato utilizziamo un antinfiammatorio, la talidomide, proprio perché blocca l'azione dei macrofagi. Tutto ciò conferma che il principio da cui eravamo partiti era giusto».

La sperimentazione continua su vari fronti. Diversi studi clinici sono in corso in tutto il mondo e, specie per quanto riguarda la cura del cancro dell'ovaio e del rene, stanno emergendo risultati incoraggianti.

«Ma soprattutto il nesso tra uso di antinfiammatori e riduzione del rischio di cancro lascia sperare che sia possibile in futuro arrivare alla messa a punto di strategie preventive su scala più ampia», conclude Mantovani.

 

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